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Antigone

Teatro Ermanno Fabbri

A proposito di questo spettacolo

Federico Tiezzi ambienta il dramma in una sorta di ospedale-obitorio, dove due donne, Antigone e Ismene, spinte da pietà, sono venute per trafugare il corpo del fratello, portarlo via e seppellirlo. I letti sono occupati da cadaveri, la guerra tra Tebe e Argo si è appena conclusa ed ecco Creonte, re condottiero metafisico e politico angosciato che, sospeso a mezz’aria sul suo trono, domina sui morti e sui vivi. 
Antigone, uno dei massimi capolavori che ci abbia lasciato la grande cultura ateniese, si riallaccia al ciclo tebano di Edipo e dei suoi discendenti. Al cuore della tragedia lo scontro tra Antigone e Creonte: da un lato i valori religiosi e gli affetti del clan familiare, dall’altro le esigenze dell’ordine pubblico. La figura e i temi sono da sempre attuali: la ragazza che si ribella al potere perché vuole seppellire il fratello in nome delle leggi religiose e del rispetto del ghenos familiare, è l’eroina che assurge a simbolo di chi rivendica i diritti dei più deboli. L’opera è anche la tragedia di Creonte, l’uomo cui il destino ha affidato il compito di governare e di far rispettare le leggi.
Ma se il conflitto principale della tragedia è quello relativo allo scontro sulla sepoltura o meno del corpo di Polinice, Tiezzi è molto attento a individuare altri conflitti che arricchiscono e rendono complessa e screziata l’opera. Innanzitutto tra Creonte e Antigone scatta un conflitto generazionale, nel quale è la ragazza a sostenere la tesi più arcaica e reazionaria, quella della superiorità delle ragioni religiose su quelle politiche. Tra i due scoppia inoltre una guerra dei sessi: la determinazione di Antigone mette in crisi in Creonte la sua posizione di maschio, come evidenziato da una sua considerazione al figlio Emone: «Bisogna difendere l’ordine costituito e non permettere che le donne abbiano la meglio su di noi. Se proprio si deve perdere, meglio essere vinti dalla mano di un maschio, senza che si dica in giro che siamo inferiori alle femmine». Infine il conflitto tra Creonte e Tiresia, da un lato la ragion di Stato, dall’altro le arcaiche credenze nella magia e nella divinazione che, insieme al maschilismo di Creonte, ci ricorda quanto la cultura greca, arrivata a noi secondo la lettura romantica dei poeti e filosofi tedeschi tra fine ‘700 e inizi ‘800, tutta apollinea e luminosa, razionale e quasi pre-cristiana, affondi invece le sue radici in una visione del mondo che nella morte vedeva la fine di tutto e non una possibile rinascita («la morte, il destino più atroce» dice Creonte).
In un’alternanza di luci e di ombre, dove speranza e disperazione si avvicendano grazie all’uso retorico della cosiddetta “ironia tragica” (che introduce inattese situazioni comiche), in cui il bene e il male si confondono attraverso l’insistito ricorso all’ambiguità, la vicenda si conclude con uno degli esiti più tragici nella storia del teatro greco, che il coro riassume con la frase «non c’è per l’uomo la possibilità di sfuggire alla sorte che gli è stata destinata». La tragedia si risolve nel segno della morte e del sangue: un primo messaggero reca a Euridice, moglie di Creonte, la notizia del suicidio di suo figlio Emone sul cadavere dell’amata Antigone; poco dopo, un secondo messaggero riferisce a Creonte che la regina Euridice si è suicidata.

Durata: 2 ore senza intervallo

Dati artistici

di Sofocle
regia Federico Tiezzi
traduzione Simone Beta
adattamento e drammaturgia Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi
con Lucrezia Guidone, Federica Rosellini, Lorenzo Lavia, Sandro Lombardi, Massimo Verdastro, Ivan Alovisio, Francesca Benedetti, Luca Tanganelli, Carla Chiarelli, Francesca Mazza, Annibale Pavone, Josafat Vagni, Marco Brinzi
scene Gregorio Zurla
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini

canto e composizione dei cori Francesca Della Monica
movimenti coreografici Raffaella Giordano
video Luca Brinchi e Daniele Spanò
assistente alla regia Giovanni Scandella
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e Compagnia Lombardi Tiezzi

Si ringrazia il Comune di Spoleto e Gennaro Carillo, Mara Chiaretti, Davide Enia, Enrico Starace, Rossana Rossanda, Thomas Richards

foto di Achille Le Pera

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